Nessun algoritmo ci obbliga a insultare e odiare: social è responsabilità

Le enormi possibilità offerte dal digitale chiedono una maggiore responsabilizzazione, da parte di tutti. Partendo dai clamorosi fatti dell’Epifania 2020 a Washington, provo a individuare alcune soluzioni nel mio libro “Social è responsabilità”. Perché il fattore umano resta decisivo, oggi più che mai

di Antonio Palmieri

“Giovedì 10 gennaio 2019. In un pranzo a inviti organizzato da Formiche con Pandu Nayak, Google Fellow & Vice President for Search, arrivato il mio turno di dialogare direttamente con l’ospite, gli chiesi: “Che cosa si prova a essere il vicepresidente del mondo?”. A questa domanda feci seguire una breve riflessione sull’esercizio della responsabilità connessa al ruolo da lui rivestito e all’importanza di Google per la vita delle persone”.

Questo brano è tratto dal mio nuovo libro “Social è responsabilità. Le questioni aperte dallo scontro tra le piattaforme digitali e Trump.. L’assalto al Campidoglio dei sostenitori del presidente uscente Donald Trumpassalto al Campidoglio dei sostenitori del presidente uscente Donald Trump, l’Epifania del 2021, ha impressionato chiunque segua lo sviluppo dell’era digitale. Per questo ho provato a mettere nero su bianco alcune ipotesi di soluzione per risolvere il tema della libertà di espressione nei social e per affrontare le altre numerose questioni (potere degli algoritmi, bolle, moderazione dei contenuti, economia dell’attenzione, funzionamento dei social…) che riguardano il rapporto tra noi e le piattaforme digitali. Il tutto nel segno di una parola decisiva: responsabilità.

Le enormi possibilità offerte dal digitale chiedono una maggiore responsabilizzazione, da parte di tutti. Si parte da chi ha in mano infrastrutture sociali così importanti come le piattaforme, si passa dalle istituzioni e dai media e si arriva a ciascuno di noi.

Il 13 febbraio, intervistato dal Sole 24 ore Seth Godin ha detto: “I social ci forniscono un microfono, ma sta poi soltanto a noi decidere come utilizzarlo al meglio”. Un concetto quasi banale, se non prevalessero una narrazione deresponsabilizzante e una lettura moralistica, per le quali le colpe sono sempre degli altri e io non ci posso fare nulla, se non lamentarmi.

Invece non è così. Nessun algoritmo ci può obbligare a insultare, a odiare, a non ascoltare le ragioni degli altri. Nel libro cerco di motivare perché il “fattore umano” è e rimane decisivo, oggi più che mai. Che sia così, del resto, lo dimostrano le storie, i progetti e le realizzazioni raccontate qui in tecnologia solidale. Sappimi dire cosa ne pensi.

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